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La Venezi, Venezia e il Risorgimento

  • Settembre 30, 2025
  • Olga Chieffi
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All’ indomani della giusta e sana indignazione che ha attraversato i massimi d’Italia alla nomina di Beatrice Venezi a direttore musicale de’ La Fenice di Venezia

“La libertà estrema coincide con l’uomo invisibile di Wells; lo faranno a pezzi, lo distruggeranno, perché si è permesso un lusso non consentito ai tanti: è stato libero”.(Marco Amendolara, “Vascelli, tatuaggi, Selve e Saette” ed.Marocchino Blu 2002). E’ questo il pemsiero di un giovane poeta, suicida, perché la meritocrazia non è di questa Italia, balenatomi in mente mentre Uto Ughi all’età di 81 anni, non diplomato, va nelle scuole medie a cercare di avvicinare i ragazzi alla musica, perché è nel suo linguaggio la speranza di una umanità nuova e buona e non suona in Scala poiché non è da lui stendere la mano. Troppe le associazioni umanistiche affollano la mente, mentre si legge di una Beatrice Venezi imposta a La Fenice di Venezia quale direttore musicale, a cominciare dal Socrate del Platone del Fedone: l’ordine divino di “fare musica”, un invito interpretato come un’ esortazione a coltivare l’arte delle Muse, ovvero la filosofia stessa, in un senso più ampio di “arte” e formazione spirituale. Socrate, in tarda età, si dedica a questo compito, musicando i miti di Esopo e componendo poesie, per poi affermare che la sua intera vita è stata un lungo esercizio di “musica”. A mente fredda, la nomina della Beatrice Venezi è specchio dei tempi. Ci siamo giocati i Conservatori ai quali tutto il mondo musicale, nei secoli, guardava, abbiamo attivato una folle caccia al titolicchio, comunque conquistato, e oggi, oramai, sono in saldo lauree, creditelli, divisi in mille sigle, e anche corsi di direzione d’orchestra on line. “Una bacchetta e una laurea non si negano a nessuno!” è una citazione amarissima ascoltata dal M° Giovanni Carlo Cuciniello, pianista e didatta salernitano, già dal principio della riforma dei conservatori, le cui direzioni, oggi guardano solo ai numeri, internazionalizzazioni, progetti e progettini, ovvero alla quantità e non alla qualità. Anche il Ministero ci si mette, ponendo paletti alla programmazione, attraverso scambi e sinergie, sbigliettamento, compositori under 35 e suonatori Junior, tarpando le ali, magari, a idee di ricerca musicale che strumentisti freschi di studi non avrebbero la forza di affrontare. Da questo disutile andazzo nasce la nomina della Venezi, in un prestigioso teatro, che ha scritto la storia della Musica nei secoli. Una volta la direzione era il culmine dell’intera formazione musicale, passando per un diploma di composizione che partiva dal canone e arrivava al contemporaneo, il pianoforte, il violino e la conoscenza di tutti gli strumenti, oggi al diploma di composizione si è ammessi addirittura senza mettere le mani su nessun strumento e col rischio serio e appurato, di ritrovarsi ignobilmente anche su di una cattedra di conservatorio. E’,  questo un inutile sfogo, ma ce lo dovete concedere, la Venezi in tutto questo pullulare di titolicchi vuoti che si iniziano a collazionare sin dalle scuole medie, non conta nemmeno questi e i Maestri d’orchestra delle massime fondazioni liriche, a cominciare da La Fenice, seguiti da La Scala, il Regio di Torino, il Maggio Musicale Fiorentino, il Real Teatro San Carlo di Napoli, il Petruzzelli di Bari, l’Arena di Verona e, immaginiamo, nei prossimi giorni tanti altri, le si sono rivoltati contro. Ogni fondazione ha i propri problemi e il San Carlo, in questo momento, certamente i maggiori, essendo ancora senza soprintendente e, per di più, con le richieste da parte dell’orchestra, rinnovatasi meravigliosamente, di un dirigente musicista di caratura e manager d’esperienza internazionale, con cui poter concordare programmi, titoli, sinfonici e attività cameristica, lasciando chiaramente intendere che il gran duo Spedaliere (Marketing)  e Ilias Tzempetonidis (casting director) non sarà accettato, con la spada di Damocle su concorsini e assunzioni, anche in amministrazione, fatti in momento d’interregno, su cui seriamente indagare e, magari, rivedere, con assoluta integrità. Quante volte sono stati cantati i grandi cori verdiani e romantici al teatro La Fenice?. Ci piace pensare  che la musica, che esercitò nel Risorgimento una funzione sociale assai importante, concorrendo, direttamente o indirettamente, al gran moto di riscossa che portò l’Italia all’unità e all’indipendenza, ridiventi protagonista. Dai palchi de’ La Fenice sono stati gettati volantini che recitavano che “La musica non ha colore, non ha genere, non ha età, la Musica è arte non intrattenimento!” Una scintilla che ci ha ricordato quel W V.E.R.D.I. passato dal coro dei Lombardi alla prima crociata, dal Nabucco, da Ernani, da Macbeth, da I Vespri Siciliani, e che ci auspichiamo invada, dilaghi in tutti i settori, a cominciare dalla scuola, sconfiggendo un amichettismo assolutamente dilagante, che fa prevalere, nel maggior parte dei casi, mediocrazia e governance. All’origine della mediocrità c’è, la morte stessa della politica, sostituita dalla “governance”. Una parola costruita da Margaret Thatcher negli anni ’80. In un sistema caratterizzato dalla governance, ovvero, ove l’azione politica è ridotta alla gestione, quindi al “problem solving”, cioè alla ricerca di una soluzione immediata a un problema, cosa che esclude alla base qualsiasi riflessione di lungo termine, fondata su principi e su una visione politica discussa e condivisa pubblicamente. La governance è, in definitiva, una forma di gestione neoliberale dello stato, caratterizzata dalla deregolamentazione, dalle privatizzazioni dei servizi pubblici e dall’adattamento delle istituzioni ai bisogni delle imprese. Dalla politica siamo scivolati verso un sistema (quello della governance) che tendiamo a confondere con la democrazia. Ogni materia ruoterà, in “governance”, attorno a sfide gestionali, divenendo così il modello di ogni politica. La perversione è totale, tutto a questo punto può diventar possibile, come la nomina del cavallo di Caligola, Incitatus, a Console. Forse, a Venezia le teste a saltare saranno due, soprintendente e direttore musicale, in primis per non aver inteso il mito di Icaro, ovvero, per aver tradito la prima qualità del musicista che è l’umiltà e l’eterna ricerca e per aver sottovalutato (abbiamo letto tra i vari commenti di sostegno al direttore i Maestri d’orchestra definiti “sottoposti”, musicanti) il vero motore del teatro. Chissà che la bellezza non salvi davvero il mondo, con una rivoluzione disarmata e disarmante, per dirla col Papa Leone XIV, innescata da quel luogo non luogo, dove il tempo si ferma, che è il palcoscenico, capace di bruciare ogni orpello, ogni inutile maschera.

 

La bacchetta della Venezi tempestata di zaffiri da usare religiosamente con la parure di orecchini in Pietra di luna

 

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Olga Chieffi

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