Da “La sposa bambina” 1943
Abbiamo scelto di ricordare l’arte della Musica e di un’istituzione importante per la costruzione di una società migliore, la prosa del nostro poeta Alfonso Gatto, il quale ha sempre cercato di collegare la sua continua ricerca di stile per una poesia nuova, all’appassionato impegno democratico per il rinnovamento della società civile. In questa pagina, dedicata alla prestigiosa scuola di musica salernitana, si affaccia il mondo della fantasia del poeta già affermato, popolato di immagini, in cui la visione e il ricordo dei luoghi dell’infanzia si fondono e si confondono con il ricordo e la visione dei luoghi amati. Le parole, allora, acquistano il senso della musicalità, diventano suono e armonia e, insieme, nella visione creata, si colorano, si illuminano di luce, una luce mai abbagliante, ma lieve e ovattata, pur tuttavia, chiara e spiccata che rende plastica l’immagine. E’ un’atmosfera quasi surreale quella che circola in questa pagina e in tutto il volume, con cui il poeta, in poche righe, è riuscito a schizzare il quadro di quei tempi e degli uomini, in una raffigurazione che non ci spaventa, ma muove il nostro pathos e il nostro amore infinito per i miseri di quel tempo, anime pure, votate ad esprimersi solo col linguaggio della musica.
“S’udiva dopo il mezzogiorno, accanto al cipresso secolare piantato sulla città alta, la musica d’una tromba. Dai finestroni aperti sulla strada si spandeva quel suono monotono, rimaneva nell’aria a lungo, a attendere la nota stentata di un ragazzo dalla camerata dell’orfanotrofio. Rispondevano nel fitto silenzio della strada di campagna timidamente i flauti d’altri orfani seduti ai balconi davanti ai leggii, miopi quasi tutti, colpiti dal sole sulle lenti. Questo sfondo monotono accoglieva la città arrampicata lassù con poche case, addormentava i carcerati del vicino reclusorio in un’estate polverosa. Sino alla sera questa musica, echeggiata da tutte le stanze aperte, durava a accompagnare i carri che rasentavano il muretto della collina: cessava quando il cielo ridiventava nitido tra i rami del cipresso e la sera era già scesa sulla città. Sulle piccole botteghe stinte alle porte, restava l’ultima luce del giorno come un ricordo della musica svanita così d’incanto: si incominciavano a udire le voci della buona notte, come vane alle finestre le donne apparivano agli occhi degli orfani che in file nere lasciavano il collegio, allineati, dai più piccini ai più alti, tosati tutti e nella secchezza del passo gracili dentro le giubbe. Impallidivano passando e davano alla città in cui scendevano uno sguardo così stupito da spingermi a riguardare come nuovo quel panorama solito ai miei occhi. Ecco le strade segnate dagli alberi, felici di ragazzi in corsa, la villa comunale al fresco alito della spiaggia vicina, i caffè illuminati. Gli orfani a frotte nere di voci scendevano ormai in brigata per le scalette delle scorciatoie, qualcuno alzava per un istante la testa verso il cielo e il collegio rimasto in alto. Erano soli al mondo, e forse soltanto nella musica ritrovavano la dolcezza di estenuare il continuo richiamo della propria voce: una nota uguale, fissa, in cui si vedevano obliosi a stupire di se stessi sulla terra. Quegli esercizi malinconici e attenti lasciavano nei loro occhi la tranquilla nostalgia del cielo sulla pagina bianca. A rivederli scendere ogni sera con il cuore sempre più pronto all’emozione, erano tutti bambini, anche i più grandi, bambini che non avevano più la propria voce e bisbigliavano cacciando il capo fra i compagni e ritrovandosi a ridere al buio come in un agguato. Dietro venivano i maestri bianchi e prodighi di scappellate alla città luminosa che era loro davanti. Erano vecchi orfani anch’essi: della propria solitudine conservavano un sorriso leggero e diffuso sul volto come un’aureola. E grandi gesti di saluto al mondo, e l’orgoglio di essere buoni, l’amicizia di cui erano affratellati nel riso e nel consenso, li raccomandavano ancora all’orizzonte verso cui scendevano gradino a gradino, fermandosi a tratti in un bel respiro”.