Il tenore napoletano ha sciolto in bellezza il mistero sul suo Calaf, nel prestigioso Summer Opera Festival di Varna, con al suo fianco la Turandot perfetta di Saioa Hernandez e sul podio, alla testa dell’Orchestra del teatro nazionale bulgaro, l’empatico direttore pucciniano Jacopo Sipari di Pescasseroli

“Quando la stagione estiva è nel suo pieno sviluppo, il critico è come il somarello che sotto la frusta cerca lungo il sentiero di strappare coi denti qualche foglia di lauro alle siepi. Correndo col suo taccuino da uno spettacolo all’altro, egli s’industria di comporre una frase, di definire un ricordo, di masticare una recensione”. Parole di Bruno Barilli, queste, attraverso cui diamo inizio alle Summer Memories di quest’anno, inaugurandole con la Turandot del Teatro dell’Opera Nazionale di Varna, che ha visto in scena un cast di riconosciuto prestigio, con la regia di Kuzman Popov, i costumi e la scenografia di Nela Stoyanova, l’orchestra e le masse corali del teatro bulgaro, e in formazione, una piccola rappresentanza del Conservatorio Giuseppe Martucci di Salerno, che vede Manuel Pio Magurno al clarinetto, Giovanni Russo e Rosa Orlotti al corno, con Francescopio Sandulli alla tromba e Antonietta Lamberti all’arpa, una Turandot classica con tutte le cineserie e le lacche di tradizione e le voci di Saioa Hernandez, nel ruolo del titolo (mentre in replica ha cantato Gabriela Georgieva), il tenore napoletano Vincenzo Costanzo, che ha debuttato il ruolo di Calaf (in seconda replica Valeriy Georgiev) e della coppia Marija Jelić e Ilina Mihaylova che hanno condiviso il ruolo di Liù, nel corso delle due recite. E’ il sogno e la sfida di tutti i tenori lanciare quel “Vincerò”, ma Calaf non è solo quell’aria, quel “Nessun dorma!” attesissimo, ice & fire proprio come la Principessa Turandot, per tecnica e passione, due sono i Si, sull’acclamazione “Ti bacio e sei mia!” ed il momento di massima espansione vocale sulla frase finale “Vincerò!” dove il Si è tenuto come acuto di corona sull’ultima sillaba, anche se nella partitura originale esso è breve e cade sulla sillaba “ce”, ma la tradizione consolidata prevede di prolungarlo, nell’economia della frase musicale, e il tenore Vincenzo Costanzo ha spazzato ogni ombra, ogni dubbio su questo nuovo ruolo, in cui è inutile nascondere, nel “sistema” teatro lirico, il più delle volte è affidato a voci al tramonto, inadatte o imposte. E’ oramai, Costanzo il ruolo, che gli è costato mesi di studio, subito dopo il convincente debutto dell’Andrea Chenier catanese, la cui difficoltà non risiede solo nell’ampiezza dell’estensione, ma nella costante sollecitazione della zona di passaggio e nella penetrazione richiesta, di fronte a una massa orchestrale pucciniana al suo massimo sviluppo tardo-romantico e impressionista. Infatti, a differenza dei ruoli lirici pucciniani, come Rodolfo, ad esempio, Calaf deve sfoggiare un timbro brunito e una proiezione ben più importante, nel II Atto (la scena degli enigmi), il principe deve competere all’ottava con il soprano drammatico di agilità, affrontando un tessuto orchestrale denso d’ ottoni e percussioni. Il ruolo richiede al contempo un legato impeccabile di grande scuola, per sostenere frasi liriche come “Non piangere, Liù” o la celebre romanza del III Atto. Non ultima, la facilità nel modulare i suoni attraverso il celebrato “sul fiato”, al quale Vincenzo Costanzo, che ha rivelato tutti i numeri, ha unito la resa drammaturgica, a cui ci ha abituati, esprimendo la fierezza e il romanticismo del principe, schizzandolo con un fraseggio di rara intelligenza, mettendo in luce anche la sua umanità e vulnerabilità, ben oltre la sola veste eroica. La Signora Saioa Hernadez ha dato la giusta interpretazione alla frigida Turandot alla quale possiamo appiccicare tutte le etichette che vogliamo, dalla freudiana alla schoenberghiana, senza vietarci di osservare la casualità del rapporto. La Hernadez è, oramai, una principessa di grande mestiere, che conosce benissimo la vocalità di Turandot, arrampicata di continuo sulle pareti di sesto grado di una tensione intervallare, su cui ha piantato i suoi esperti appoggi, che la hanno resa inespugnabile, musa nera per eccellenza, nel primo atto, quindi smascherata da Liù, da quel sacrificio, da quel taglio, da quell’infinito dolore, che ha trasformato Turandot in donna. Il ruolo di Liù ha avuto con Marija Jelić, un altro debutto in scena. La sua apparente semplicità nasconde insidie esecutive notevoli, sia sul piano strettamente tecnico sia su quello dell’interpretazione scenica e drammatica: Puccini scrive per Liù indicazioni dinamiche quasi estreme. La vera sfida tecnica risiede nel mantenere un suono morbido, rotondo e proiettato pur cantando in pianissimo (ppp), senza mai cadere nel falsetto debole o nel suono stimbrato. Le sue frasi sono caratterizzate da un legato lunghissimo e da passaggi all’acuto che richiedono una gestione del fiato irreprensibile, con un appoggio diaframmatico costante per sostenere note tenute a lungo a un volume bassissimo. Prescrizioni che non abbiamo sempre rilevato nella Marija Jelic, giovanissima e oltremodo emozionata, anche se è riuscita a tenere la scena attraverso la sottigliezza, la misura e la veridicità dell’accento, evitando la retorica melodrammatica superficiale. L’orchestra dell’Opera è cresciuta, con il direttore principale ospite il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, il quale ha svolto un ottimo lavoro su tutte le sezioni, avvalendosi dei superbi rappresentanti della scuola salernitana dei fiati, accortissimo al rapporto tra buca e palcoscenico, con due debuttanti, da “mantenere”, Vincenzo Costanzo e Marija Jelić, freddo nell’imprevisto, ma ispirato e spirante nella chiusura del secondo atto, con la morte di Liù, su quel Si dell’ottavino (non preciso in questa occasione), suono, ritenuto da Roberto De Simone il più triste di tutti, sul quale costruì il suo Stabat, che rappresenta tutto il pianto del mondo. Un Si che ha il compito di far percepire la terra, il terreno, come un principio di assorbimento e, insieme di nascita: abbassando, si seppellisce e si semina, e, nel medesimo tempo, si dà la morte, per poi ridare nuova luce, nuova vita. Vita che ha poi salutato il trionfo finale della versione di Franco Alfano, aprendo all’applauso e alla standing ovation del pubblico. Deliziose le ballerine che hanno interpretato le tentazioni di Calaf e le ancelle di Turandot, punto di forza del teatro di Varna e menzione anche per i piccoli cantori delle Voci bianche. A completare il cast Ping (Plamen Dimitrov), Pang (Artem Arutyunov), Pong (Plamen Raykov), le maschere, non all’altezza dei protagonisti, Timur, al quale ha dato voce Deyan Vatchkov, Altoum, Mihail Valchev e un mandarino, Velin Mihaylov. Nuovi ruoli attendono il nostro tenore da Radames al Vassili per Siberia e il Loris Ipanoff della Fedora che inaugurerà la stagione de’ La Fenice e che lo pone oggi tra i massimi interpetri internazionali di Umberto Giordano.
