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Non solo Carmen: hòmage a Georges Bizet

  • Maggio 5, 2026
  • Olga Chieffi
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Intensa performance al teatro Verdi di Salerno del Balletto di Milano che rende “personaggio” in scena il Destino affidato ad Alessandro Orlando, che i due coreografi Omodeo Salè e Veratti hanno visto novello Rothbart. Protagonista assoluta la musica che apre anche ad altre due opere del compositore francese, l’Arlesienne e Pecheurs de perles

“Bisogna nascondere la profondità. Dove? Alla superficie” scrive Hugo von Hofmannsthal nel “Buch der Freunde”. La superficie, dove tutte le cose divengono amabili e care. La superficie, dove ogni contenuto è trasmesso nell’aura della grazia, della semplicità, della leggerezza. E’ tutto racchiuso in questo assunto il successo che Carmen riscuote da sempre calamitando gli estri e la riflessione di tutti, chiamando a raccolta, come un simbolo inequivoco, la semplice disponibilità del pubblico che da sempre sèguita a preferire quel richiamo, chiedendo e ottenendo complicità alle più efferate indagini analitiche. Daniel Oren e Antonio Marzullo hanno affidato questo prezioso lavoro d’oreficeria musicale, al Balletto di Milano, diretto da Marco Pesta per le coreografie di Agnese Omodei Salè e Federico Veratti, i quali hanno condotto sulle “punte”, nella confessione prolungata, ma che scintilla nelle parvenze leggiadre della danza, e che contiene tuttavia, una parola di umanità indicibilmente ricca di pensiero, fuoco e morte il pubblico del teatro Verdi. Il codice adottato da Georges Bizet non contiene lo spasimo delle emozioni per tracciare la scia luminosa di una bellezza posta lontano dalle fatiche dell’esistenza. L’amore per il frammento, per la vivacità sorridente è punta da un dolore senza nome, che guarda all’intero Ring des Nibelungen wagneriano, attraverso un’orchestra ricca nelle sue sezioni e splendida di colori con le famiglie strumentali si separano in filigrane elegantissime, talvolta creando veri e propri “timbri conduttori” , con su tutti il flauto e i legni, per poi montare e amalgamarsi nel gran flusso degli archi i ritmi serbano quella qualità mobile e aerea che imprime al movimento di danza il suo scatto verso l’alto, il suo trattenere il respiro, la sua perdita d’equilibrio momentanea ben conscia di ripiombare sulla cadenza che garantisce la sicurezza del mondo delle cose, e, poi, soprattutto, regna e si effonde quel “dono della melodia”. Tutto Bizet in questo balletto che ha salutato in scena il personaggio del Destino, un imponente Alessandro Orlando per la prima, alla quale abbiamo assistito e Francis Morgan per la replica, con pagine dalla Carmen dall’Arlesienne con il Carillon dedicato a Micaela e ancora la celeberrima Farandole e da Le Pecheurs de perles “Je crois entendre encore”, l’aria di Nadir, il quale rievoca la voce e il ricordo dell’amata Leïla nella notte. Protagonisti la musica e il Destino, che ha tirato le fila della storia sin dall’ inizio, incantando sia Carmen che Don Josè, come fosse il mago Rothbart, direttamente catapultato in palcoscenico da “Il Lago dei Cigni”, sagace manipolatore, quasi Lucifero vincente, che ingoia i due amanti, avendone acquisito l’anima, che ci ha ricordato L’inferno della Cappella Bolognini in San Petronio. Carmen, Giusy Villarà, ha coniugato le furbesche e non pienamente convincenti modalità interpretative con una magistrale esecuzione tecnica, prorompenti e definiti i virtuosismi strappapplausi in duo sia con un intenso Don Josè  che è stato Mattia Imperatore, sia co Alessandro Orlando. Elegante e d’impatto l’Escamillo di Gianmarco Damiani, innocente la Micaela di Annarita Maestri, buona la prova del corpo di ballo. Il balletto si è distinto per una minuziosa ricercatezza nella definizione dei momenti di genere e dei dettagli bozzettistici, sebbene tale cura sembri talvolta sia andata a discapito della coesione e della fluidità della macro-struttura narrativa. La partitura coreografica, pertanto, ha trovato la sua massima efficacia nella successione di quadri plastici, spesso dotati di un’autonomia espressiva propria. In questi segmenti, l’estetica dei due coreografi si è manifestata attraverso una struttura di base rigorosa, evidente nel mantenimento di posizioni e geometrie derivanti dal vocabolario accademico, quindi, una permeabilità attraverso cui abbiamo visto ampie possibilità di modulazione del busto e degli arti, che rappresenta il fulcro dell’innovazione tipica del contemporaneo, quindi un punto di incontro tra la frammentazione delle linee e una persistente sinuosità organica. Una Carmen che ha privilegiato l’intensità visiva della singola scena rispetto alla linearità del racconto. Ma quale è il mistero Carmen? È figlia di un popolo strano che vive unicamente l’Istante, muove platonicamente da lì, senza avere ieri, né domani, lo zingaro del mondo: vale a dire, colui che non dimora, non sentendosi mai vincolato ad una condizione stabile di vita. Per vivere nello spazio senza misure del mondo lo zingaro non conosce radici, la sua “infondatezza” lo lascia sussistere nel “girello” della vita stessa, alla costante ricerca di precari rifugi. Vagabondo, può dirsi un anarchico dell’esperienza; per lui la vita è come ripetizione di un gioco. L’indefinitezza spaziale in cui si svolge il suo movimento del peregrinare, si risolve ogni volta nella totalità dell’istante, l’effimero sembra essere questo assoluto negativo, negativo ovviamente di ogni altro ancoraggio dell’esperienza. Ma il gioco del vagabondo è l’avventura, e nell’avventura tutto si decide daccapo. L’avventura riguarda l’accadere; e questo, noi, lo definiamo abitualmente l’accidentale, ciò che capita, il caso. Se l’istante che brucia il tempo lo pensiamo “infinito”, vuol dire che il destino umano resta sospeso all’aorgico, nessuna forza umana può comprenderlo in una definizione, resta infinito, sconfinato, libero, come Carmen, come la Musica. Applausi scroscianti per tutti e appuntamento con il Balletto di Milano in autunno.

 

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Olga Chieffi

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