
“Non ti pago!” trionfa al Teatro Municipale Giuseppe Verdi di Salerno, con la compagnia Gli Ipocriti, ritornando con un Ferdinando Quagliuolo “siciliano” interpetrato da Salvo Ficarra. Meccanismo perfetto in palcoscenico e applausi a scena aperta da parte del pubblico
Nella produzione teatrale eduardiana il tema del sogno ricorre frequentemente, assumendo gli aspetti più vari, ad originare una gamma alquanto vasta di situazioni che destano l’attenzione del pubblico, non soltanto per i sapienti allestimenti scenici operati dall’autore o per il susseguirsi di dialoghi contraddistinti ora da toni drammatici, ma in nessun caso lacrimevoli, ora da un taglio brioso e, talvolta, da una serie di notazioni ironiche eppure sempre sobrie, ma soprattutto per il loro continuo oscillare fra la dimensione della realtà quotidiana, e un affascinante ma insidioso ambito oltremondano. Le vicende inscenate nelle opere dove la presenza del sogno acquista un rilievo preponderante, spaziano dalla canonica visione onirica notturna, per lo più delegata ad agire sulla realtà al fine di imprimervi un’impronta tanto profonda da modificarla radicalmente, al vagheggiamento di ideali quali una perfetta unità familiare, una giustizia in grado di tutelare gli interessi delle classi sociali più deboli, una ricchezza elargita da generose entità soprannaturali la cui sfera d’azione, però, è limitata unicamente all’immaginario dei tanti sognatori che popolano il repertorio eduardiano, nonché il raggiungimento di un’armonia collettiva simboleggiata da un presepe universale, dimensione priva di divenire nella quale rinchiudersi per poter sfuggire alle angustie quotidiane. Stavolta, ci siamo calati nel sogno di “Non ti pago!” nella apparizione sbagliata del Quagliuolo padre, un errore scatenante il motore della storia, come quello di “Le voci di dentro”, da quello della cameriera Maria, il verme presago, ad apertura di sipario a quello di Alberto Saporito, rivelatore, sino alle avventure liete e spensierate da ragazzo del portiere Michele. La questione centrale di questa vicenda, sebbene presentata con un tono apparentemente leggero, rivela in realtà una profondità di natura filosofica e di grande complessità. Si tratta di interrogarsi sulla natura della realtà dei sogni: sono essi prodotti di un’immaginazione fantastica o possiedono una loro autonomia reale? In altri termini, si può sostenere che il sognatore genera il proprio sogno attraverso un processo di inconscia fantasticheria, come propugnato dalla teoria freudiana e riportato dal personaggio del sacerdote; oppure, al contrario, il mondo onirico possiede una sua esistenza oggettiva, tanto quanto quella del mondo sensibile, benché collocato su un diverso piano ontologico? Questa seconda ipotesi è sostenuta da Ferdinando Quagliolo e dalla credenza popolare napoletana. L’originalità di Eduardo risiede nel fatto di aver inizialmente rappresentato come assurda questa seconda interpretazione, per poi riconoscerne la validità e infine dimostrarne la veridicità attraverso lo sviluppo della sua drammatica favola. La sua grandezza come drammaturgo e pensatore consiste nel realizzare, grazie a un’architettura narrativa tra le più sapientemente concepite, una riflessione che problematizza un assunto ontologico considerato scontato nella mentalità borghese. Inoltre, si distingue come antropologo acuto e profondo conoscitore della mentalità popolare napoletana, la quale, come avviene in tutte le culture popolari, non è priva di ragioni, nonostante possa apparire primitiva o semplicistica. “ Il lotto è la vasta allucinazione che si prende le anime….Un contagio sottile e infallibile e inevitabile, la cui diffusione non si può calcolare”. Citiamo la Matilde Serao de’ “Il ventre di Napoli”, una commedia di un’attualità strabiliante, con una trama fatta di scaramanzia, superstizione, sogni, qualsivoglia indizio, dalle nuvole, ad una sequenza ascoltata, che si trasformano in numeri. La storia presenta una Napoli folcloristica legata a credenze popolari e superstizioni, e ruota attorno ad uno dei fenomeni più caratteristici della tradizione partenopea: il gioco del lotto, riportata nella scenografia firmata da Gianmaurizio Fercioni, per cornice, insieme ai costumi di Silvia Polidori. Ferdinando Quagliuolo, gestore di un banco del lotto e giocatore incallito, è inesorabilmente sfortunato. Non è così invece per Mario Bartolini, suo dipendente, innamorato e riamato dalla figlia del capo. Infatti, non c’è giorno che l’uomo non riceva nel sonno numeri fortunati che naturalmente non trascura di giocare. Un giorno l’impiegato riesce a vincere una forte somma con una quaterna datagli in sogno proprio dal padre del futuro suocero Don Saverio. Don Ferdinando, geloso e invidioso, non accetta la beffa e si rifiuta di pagare la vincita, sostenendo che quello del defunto padre è stato un errore di persona! Contrasti a non finire, tra malintesi e colpi di scena con moglie, figlia, domestici, prete e avvocato, fino alla felice conclusione. La problematica principale riguarda la presenza, nel ruolo del personaggio principale, di Salvo Ficarra, il quale è indiscutibilmente un attore comico di grande talento. Tuttavia, la sua provenienza da Palermo si traduce in un modo di parlare caratterizzato da forti inflessioni palermitane e talvolta da termini ed espressioni siciliane quali “Bedda Matri”, fuori “fraseggio”. Scelta, questa, che rende il personaggio di Ferdinando Quagliuolo piuttosto incongruente rispetto al contesto narrativo complessivo, poiché in esergo al testo, Eduardo descrive il personaggio come un “vero tipo di popolano napoletano”. Ma il nutrimento “farsesco” di “Non ti pago” esprime anche la tentazione di Eduardo di esorcizzare, con la risata il disagio degli anni del secondo dopoguerra. Lo si scopre nel ritmo frenetico delle sequenze e dei fenomeni scenici; nell’intelligenza teatrale affinata con cui sono introdotti gli elementi apparentemente incongrui, in quella tecnica eduardiana del discorso diretto che introduce dialoghi nel dialogo o nel monologo. Sedimenti o prolungamenti della “tradizione” si ravvisano anche nella fisionomia dei personaggi. Aglietello appare una nuova specie di Pulcinella: “aiutante magico”, più per necessità che per convinzione, nelle controscene mute a seconda dei casi dà ragione all’uno e all’altro; il giovane bello e fortunato Mario Bertolini retaggio scarpettiano, la coppia dei fratelli Frungillo, oltre a introdurre la “comicità della somiglianza” (Propp), ha la funzione della “spalla” che, nella farsa come nel varietà, dà risalto al carattere del protagonista. Pur riconoscendo alla grande tradizione siciliana, quella del colloquio stretto con i morti come noi, due popoli all’ombra di due vulcani, quindi abituati all’oltre e agli antri, la presenza di Salvo Ficarra va a porsi in un ingranaggio perfetto, di animali da palcoscenico che condividono le tavole e la sua polvere da anni, rispettivamente nei ruoli di Erminia e Carmela, l’Avvocato Strumillo e don Raffaele, caratteristi napoletani eccellenti quali Paola Fulciniti, Mario Porfito e Marcello Romolo. E ancora Nicola Di Pinto, sempre presente, a interpretare Aglietiello, già negli allestimenti di “Non ti pago” firmati da Luca De Filippo, Viola Forestiero, Margherita, Carmen Annibale, una credibile Stella, Andrea Cioffi, un Mario Bertolini, che ci ha ricordato il Luca giovane quando lavorava col padre, negli abiti e nei passi e, ancora, Federica Altamura nei panni di Luigina Frungillo, oltre che la Concetta di Carolina Rosi. Applausi a scena aperta per tutti da parte di un pubblico salernitano, che a volte risulta freddo e contenuto.