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Una “Bohème” secondo Giacomo Puccini

  • Aprile 17, 2024
  • Olga Chieffi
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Due le repliche cui abbiamo assistito nel teatro dell’Opera di Tirana lo scorso week-end, dove continua la celebrazione del centenario pucciniano ri-letta filologicamente sia dalla regista Ada Gurra che dal Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli. Sugli scudi il Marcello di Armando Likaj e la Mimì di Eva Golemi nella seconda serata.

di OLGA CHIEFFI

Abbiamo inseguito “non visti”, a sorpresa, il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli in quel di Tirana, all’Opera nazionale, di cui è direttore artistico, in un week-end nel quale, in contemporanea, nel teatro di Durazzo, il Maestro del coro del teatro Verdi di Salerno Francesco Aliberti, in veste di clavicembalista e direttore, si è esibito alla testa dell’ Ensemble Gesualdo, ospite del Festival barocco AlBa, promosso dal Conservatorio di Potenza, per assistere alla Bohème, secondo appuntamento delle celebrazioni del centenario della morte di Giacomo Puccini, dopo l’apertura con Il Trittico. Teatro moderno l’Opera nazionale, guidata dal sovrintendente Abigeila Voshtina, eccellente violinista, che ben tiene salde le redini, con mano dinamica come  il suo archetto, di un teatro che spazia dalla lirica, al sinfonico, al balletto, ai progetti per famiglie e bambini, alla musica popolare, all’iniziazione alle arti dei piccolissimi, che apre anche ai progetti internazionali dei nostri conservatori, un teatro il cui stato, su tutti i social, indica coraggiosamente “Sempre Aperto”. Golfo mistico spaziale, così come il palcoscenico, il teatro è posto al centro di una capitale che intende aprirsi al mondo dopo gli “ismi” che l’hanno dominata. Tanto pubblico per la prima e la seconda replica, alle quali abbiamo avuto la fortuna di assistere.

Due performance, stesso cast, per una Bohème, firmata da Ada Gurra, fedelissima alle postille del libretto, una regia praticamente firmata da Puccini stesso dedicata ad un pubblico consapevole di aver visto l’opera come il maestro l’aveva pensata e come gli italiani l’amano, non le brillanti iniziative personali di registi smaniosi di produrre forzatamente altro, anche se la Bohème si presta ad essere trasposta anche ai giorni nostri. La Gurra ha realizzato una regia piena di rispetto e soprattutto d’affetto per l’immagine tradizionale dell’opera. Un’urgenza espressiva quasi una febbre vitale ha attanagliato il Maestro Jacopo Sipari la sera della prima, portandolo a spingere sull’acceleratore in particolare nel primo quadro, in questo modo le straordinarie intuizioni orchestrali che Puccini ha disseminato lungo tutta l’opera, anche se quelle dei primi due atti sembrano più appariscenti, hanno ricevuto poco rilievo, così come i cantanti non sono riusciti a “srotolare” al meglio dialoghi e lazzi dei quattro bohèmienne. Scenario cambiato in buca la sera successiva, con la narrazione di Jacopo Sipari, la cui intenzione è stata di riconquistare la pennellata morbida e sfumata, unitamente al tratto secco dell’acquaforte, di immediatezza tragica, teatralmente formidabili negli ultimi due quadri, affidata ad una formazione concentrata ed equilibrata, nelle sue sezioni. 

La melodia pucciniana procede in genere su melodie costruite per gradi congiunti o per piccoli intervalli con gli acuti toccati in progressione. Amadi Lagha, che ha dato voce a Rodolfo è un tenore “robusto”, al quale hanno da chiedersi acuti fulminanti e fraseggi epici ideali, un tenore che nelle più rischiose prestazioni, come quelle di Calaf,  ci regala il piacere, non frequente, di non dover stare mai in pena per lui e chiedersi con apprensione se ce la fa, ma il poeta articolista de’ Il Castoro richiede tanto altro e resta nella categoria dei “tenori di grazia”. Applausi per Lagha per la sua attenzione alla parola, che, però, ha pur bisogno di tinte sfumate, poiché se nel melodramma verdiano, nel quale lo vedremmo eccellente interprete del primo Verdi, di Manrico, la chiarezza scolpisce la verità nel marmo, in Puccini deve disegnare, schizzare in chiaroscuro, tutti i gradi dell’emozione.

Al suo fianco una degna compagna, Eva Golemi, nitida Mimì, contenuta nella misurata classicità dell’espressione la quale, in particolare nella seconda replica, è riuscita ad apportare l’intensa, semplice umanità, ragione ideale del personaggio, che vuol essere sottolineata da un canto luminoso, senza urla ipereccitate, costellato da splendide note filate. Armando Likaj è Marcello. Il baritono si è rivelato maestro della parola come nessuno (basterebbe sentire come abbia accentato “Vuoi leggerlo forse? Mi geli” e che commozione ansiosa, partecipe, ha saputo trovare nel “Lo devo dir? Non mi sembri sincero”), scovando nel suo personaggio toni ancora inediti di finissima ironia ed esaltata apertura come su “Gioventù mia, tu non sei morta”.  A Bledar Domi, che ha vestito con intensità la zimarra di Colline è stata richiesta e ottenuta quella cantabilità ben affondata nell’unico pezzo chiuso che è Vecchia Zimarra, con il lugubre ostinato dell’orchestra. A completamento del quartetto, lo Schaunard di Solen Alla, baritono  chiaro, brillante ideale per le scene d’assieme, mentre Genz Vozca, che ha prestato la sua bella voce a Benoit ed Erion Sheri, ad Alcindoro, hanno rimandato esplicitamente alla commedia come del resto Musetta Renisa Laçka, tutta spigoli e vivacità.

Ha funzionato l’idea registica del secondo atto, ove vige un grande affollamento in palcoscenico, “quanta folla su corriam che chiasso”, tra coro, voci bianche, corteo di Parpignol e  gli artisti del circo, un vero e proprio vortice iniziale, in cui è certamente da applaudire il coro delle voci bianche, un po’ statico in scena, di Sonila Baboçi, unitamente a quello di Dritan Lumshi. Il quarto quadro porta fatalmente al primo: un innocente volto di donna, una stufa, un paesaggio, un passaggio: la morte di Mimì, che ha trovato nella seconda sera una Golemi in stato di grazia, è il simbolo di creature che passano nella vita senza una precisa ragione, salvo la loro inattaccabile innocenza, lasciando i bohèmienne guardarsi allo specchio sospesi in un’ingannevole lucidità, galleggianti su di un oceano opaco, attraverso cui vedono ora “paurosamente limpidi” i mostri della profondità, i loro itinerari labirintici, le loro lotte temerarie. Applausi per tutti e si continua fino al 20 aprile con altri due cast e Nicolò Suppa sul podio.

Fotografie di PIETRO CERZOSIMO

 

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