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Le Roi Jacot s’amuse

  • Maggio 7, 2024
  • Olga Chieffi
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Trionfo assoluto del flautista svizzero, prima parte dei Berliner, sul palcoscenico del teatro comunale di Benevento, il quale ha eseguito al traversiere, opere di Mozart e Carl Philipp Emanuel Bach, con le prime parti della filarmonica cittadina, ospite dell’Ofb e dell’Associazione Falaut di Salvatore Lombardi

di OLGA CHIEFFI

“Mi sono divertito stasera a suonare qui, ora andiamo tutti a mangiare”. E’ racchiusa in questa frase l’invenzione della gioia di Sèbastian Jacot, costruita in una splendida serata, insieme alle prime parti dell’Orchestra Filarmonica di Benevento, anche organizzatori della stagione, Salvatore Lombardo e Federica Paduano al violino, Simona Ruisi alla viola, Emilio Mottola al cello, Pierluigi Bartolo Gallo al contrabbasso e Debora Capitanio al clavicembalo, in sinergia con l’Afi-Falaut di Salvatore Lombardi, che è stata interamente dedicata alla musica del secolo dei lumi, divisa tra Wolfgang Amadeus Mozart e a Carl Philipp Emanuel Bach. Acustica secca il teatro, cielo aperto, quindi con proiezione di suono non certo semplice, il programma ha avuto inizio col Divertimento n. 1 in re maggiore, K 136, di Wolfgang Amadeus Mozart, con perfetta intesa tra le parti, che hanno ricreato il clima sereno della partitura, in cui tutto è scorso con grande fluidità, con tavolozza di colori e contrasti dimezzata, purtroppo, proprio dal luogo, ma con una resa esecutiva, che abbiamo intuito certamente giunta dopo un minuzioso lavoro di studio, rivelatasi perspicua, a tratti elegante, e che ha restituito con onestà e accuratezza la raffinata scrittura mozartiana. Sebastian Jacot ha, quindi, unito il suo flauto agli archi per il Quartetto in re maggiore, K 285 di Wolfgang Amadeus Mozart, una porta favolosa quella aperta dal flautista, sulla sostanza e sulla qualità poetica d’interpretazione, in cui attraverso l’intensa affettuosità dei contenuti e dei modi, la morbida flessibilità della pronuncia e del fraseggio strumentale, ha rivelato la capacità non comune di riconsiderare, sotto una nuova luce, non soltanto passaggi e giri di frase, ma anche timbri e colori, scelte dovute anche allo strumento in legno, a cui è corrisposta la restituzione di un disegno formale perfettamente compiuto e coerente.

Il clou della serata è  stato Concerto in re minore per traversiere e archi, H 484.1 di Carl Philipp Emanuel Bach, che ci ha rimandato ad un quadro che si presume l’apice della vicenda umana e professionale del nostro compositore: il Concerto di flauto a Sanssouci, dipinto da Adolf Menzel nel 1852. Assiso alla tastiera di un clavicembalo, nel mezzo di un piccolo, ma scelto complesso di quattro archi, egli accompagna il grande Federico, che si esibisce solista al flauto, mentre la famiglia reale e pochi altrettanto scelti invitati, inclusi Carl Heinrich Graun e il devoto Quantz, ascoltano assorti in vari gradi di estatico rapimento. Una composizione di una bellezza straordinaria questo concerto, connotato da una scrittura inquieta e tecnicamente molto difficile per tutte quelle velocissime note staccate e gli ampi intervalli molto rapidi, che caratterizzano uno stile dotato di una componente di sorpresa di domande lasciate sospese, di grande sensibilità e di slanci già romantici. Musica questa, che non può essere affatto eseguita in modo superficiale. Lettura nella tradizione, quella di Jacot per quanto riguarda lo stacco dei tempi e la realizzazione degli abbellimenti, ma con una sottolineatura particolare della componente orizzontale melodica e cantabile che, spesso, Carl Philipp contrasta e verticalizza, ma che sbocca in maniera meravigliosa soprattutto nel tempo lento, sia quei momenti di pathos, quasi romantici.

L’ensemble ha mantenuto discrezione e sottigliezza anche nei momenti di maggiore concitazione e intensità, dei procedimenti discorsivi e dialogici, il naturale riserbo che connota anche le esplosioni più incandescenti, l’asciuttezza gestuale che talvolta si è compiaciuta di una certa rarefazione e scoperta nudità, esaltando la trasparenza del tessuto cameristico. Da parte sua Sebastian Jacot ha ben individuato  certe linee di forza direzionali che innervano il dettato compositivo di Carl Philipp Emanuel Bach, la libertà di un’invenzione che seppure sorretta da una tecnica sofisticata, ne occulta gli artifici per porre in piena luce l’immediatezza espressiva ed lanciarsi in quel “gioco” al flautista tanto caro essendo circense e che lega i termini jongleur, gioia e quindi l’arte tutta vissuta senza secondi scopi, ma nella sua totalità.

Applausi scroscianti per tutti e per bis uno dei soli più intensi per flauto, Syrinx di Claude Debussy, con cui Jacot, voce sola, ha riportato il mondo del mito al presente: il suo fauno è colto, non senza una certa ironia, nell’atto di danzare –tendente all’enunciazione evocativa, al senso del mistero, fino al misticismo, ma sempre illuminato da un ironico e gioioso sorriso.

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