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Vincenzo Costanzo: Habemus Andrea Chénier

  • Aprile 21, 2026
  • Olga Chieffi
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Il tenore napoletano, raggiunge il meritato successo personale sul palcoscenico del Teatro Massimo di Catania, per il debutto nel ruolo del titolo del capolavoro di Umberto Giordano. A breve l’annuncio del suo esordio in altre due importanti opere del compositore pugliese

 Autentico protagonista, che se non canta di persona è cantato dagli altri, Andrea Chénier infiora del suo drammatico e quanto mai tenorile solismo tutti gli atti dell’opera di Umberto Giordano che ha aperto la primavera del teatro massimo di Catania. Il pubblico internazionale che affolla la splendida città, per vivere la primavera siciliana, si è ritrovato ad applaudire, il prestigioso debutto del tenore napoletano Vincenzo Costanzo, luce assoluta di un cast ben al di sotto della sua caratura, a cominciare dalla Maddalena di Coigny, Soojin Moon-Sebastian. Vincenzo Costanzo è divenuto Andrea Chénier, ci si è ritrovato perfettamente, da subito, nella regia pensata da Giandomenico Vaccari, in una Parigi dominata dalla figura in quadro e in statua di Maximilien Robespierre, simbolo del periodo del Terrore, con le scene di Arcangelo Mazza, e il messaggio chiaro e comunicativo di un’idea di Rivoluzione, passione e amore che scavalca ampiamente il suo secolo, giungendo fino ad oggi.  La vitalità del protagonista è espressa in modo totale, per sensibilità, intelligenza e quel pizzico di spavalda sfrontatezza vocale che una parte come questa richiede. La vitalità, appunto. Ci sono momenti della storia in cui l’umanità crea di sé quel che poi chiamiamo lo spirito del tempo: Costanzo, facendo suo quello di questa opera, si appresta a far suo il palcoscenico del teatro d’opera attuale, iscrivendo il suo nome in un arco di tempo, che auguriamo lungo, pari a quello dei grandissimi rappresentanti della scuola italiana, alla quale guarda il nostro tenore. Sono quattro i soli dello Chénier, il primo temibilissimo, il cosiddetto Improvviso, “Un dì all’azzurro spazio”,  che procede come mobile, sillabico, e insistente sul passaggio, teso verso la tonica acuta, sopra l’accento “T’amo” o meno “Amor”, sospeso fra un recitativo su suoni ribattuti e una più frequente e ardita cantabilità declamatoria, quindi, “Come un bel dì di maggio” l’ultimo canto, e “Sì, fui soldato”, difesa di Chénier durante il processo, nel quadro III, e i duetti “Ecco l’altare” e “Vicino a te s’acqueta”, risolti da Vincenzo Costanzo con estrema semplicità e compattezza su tutta la gamma dei suoni e secondo il prisma della sua personalità, che viene fuori in ogni personaggio crei sul palcoscenico. Cosa ha stupito la platea catanese riguardo il protagonista dell’opera di Giordano? Il senso, l’espressione corporea della voce, i gesti e la felice equazione con essi, il gioco d’emissione, chiarire o scurire le vocali, tornire la sillabazione, dare ad ogni nota un preciso significato, l’appropriata carica emotiva, interpretare nel verbo, oltre un di più che viene nell’immediato, ovvero quell’atto di sensibilità critica, percepita nell’immediato. Maddalena non ha avuto quella caratterizzazione che la vede spensierata e civettuola all’inizio e travolta dalla vicenda in seguito. Il soprano purtroppo non ha certo un’ammirevole capacità di stare in scena e di fraseggiare per di più con una pronuncia perfettibile. La voce è esile ma il registro centrale è sonoro, mentre gli acuti risultano episodicamente stridenti. Ruolo, invece, che ben ha calzato all’altra Maddalena, Valeria Sepe, altra campana in palcoscenico, anche lei al debutto nello Chénier. Anche il baritono Massimo Cavalletti, dignitoso interprete, dei due grandi assoli “Son sessant’anni” e “Nemico della patria”, ha costruito per la prima volta il capopolo Gerard, che ci ha fatto dimenticare l’oratoria enfatica e demagogica del personaggio, poiché realizzato secondo il buon costume della musica. Bene anche Bersi, una convincente Nikolina Janevska, nell’evocazione del “ça irà”, con i rullanti fuori scena. Viva l’attenzione per l’Incredibile di Cristiano Olivieri, grazie al gradevole timbro e alla convincente presenza scenica. Parti piccole ma importanti sono risultate quelle di Roucher , con la voce di Nicolò Ceriani e la Contessa di Coigny, Carlotta Vichi. A completamento del cast Leonardo Cremona, Mathieu, Michele Patti, Pietro Fléville, Lorenzo Barbieri, Fouquier Tinville, Francesco Palmieri, Schmidt, Ivan Tamushi, l’abate, Filippo Micale nel doppio ruolo di Dumas e del Maestro di Casa e Maria Russo Madelon. Compatta l’orchestra del Massimo di Catania agli ordini di Paolo Carignani, mentre non si può dire parimenti del coro preparato Massimo Fiocchi Malaspina, che ha cavato intenso e lussureggiante suono, grazie alle belle individualità di cui è composta la formazione. La scrittura di Umberto Giordano non è mai troppo facile, poiché l’opera tutta procede a strappi, per contrasti, su lesti cambi di battuta, addirittura tra articolo e nome “La sfera che cammina”, di andamento, di tonalità lontane, anche di dramma fra passi di ironica vena settecentesca e scene disordinatamente popolaresche, grida canore e urli autentici, violini e arpeggi e perorazioni a organico strumentale pieno. Il pubblico ha letteralmente abbracciato il tenore Vincenzo Costanzo, dimostrandosi benevolo con l’intero cast.

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