Successo assoluto per il giovane cantautore che ha incontrato il segno compositivo e direttoriale di Luca Gaeta, affidato all’Orchestra Suoni del Sud, nella originale visione di Jacopo Sipari di Pescasseroli, alla ricerca per il suo F.I.M.E. dell’eleganza della canzone d’autore con orchestra

Per cinque anni dal 1977 al 1981, Lucio Dalla ha rasentato la perfezione, come mai nessuno nella musica leggera italiana, prima e dopo di lui. Dagli album di questi anni è stato tratto buona parte del racconto, l’omaggio di Pierdavide Carone al suo mentore Lucio Dalla, fine talent scout e mecenate (non possiamo non ricordare che dal fiuto del cantautore bolognese sono usciti tra gli altri, Ron, Luca Carboni e Samuele Bersani), un tributo particolare poiché immaginato dal direttore artistico del Festival Internazionale di Mezza Estate, Jacopo Sipari di Pescasseroli, il quale ha voluto alle spalle del cantante, un’orchestra sinfonica che eseguisse arrangiamenti originali, realizzati per l’occasione, nel leitmotive del progetto che, in questa XLI edizione, ha inteso creare un crossover di acclarata eleganza. Il vero direttore artistico sceglie, sfida, rischiando in prima persona, per ottenere la qualità della realizzazione del proprio progetto. Così è stato per questo omaggio a Lucio Dalla, per il quale Jacopo Sipari ha messo insieme PierDavide Carone, splendido interprete del credo dalliano, il direttore musicale Luca Gaeta, che ha curato anche gli arrangiamenti e l’Orchestra Suoni del Sud, facendo lavorare tutti insieme senza alcuna pressione o ingerenza musicale. Così, nella “sera dei miracoli” di fatto, poiché la pioggia nell’ora del concerto ha graziato Tagliacozzo e in musica, poiché un titolo così importante, certo non avrebbe potuto mancare in programma, tutti noi, protagonisti, direzione del festival e, su tutti, il pubblico, abbiamo potuto godere dell’emozione di una ri-scoperta condivisa. PierDavide Carone e Luca Gaeta hanno così mixato i propri background musicali, tanto da scoprire citazioni classiche quali il “Sacre” di Stravinskij in “Quanto è profondo il mare” o l’uso dei legni caro alla scuola napoletana, come il clarinetto che ha introdotto Caruso, ancia evocativa e nostalgica che ci ha fatto pensare all’intro dell’addio alla vita di Mario Cavaradossi o il solo di Traviata dal secondo atto “Dammi tu forza o cielo”, e l’arpa che punteggia, il walking del testo, il porto, il mare, il glockenspiel, piovuto dal “Die Zauberflote”, nel segno del racconto e della “potenza della musica”, gli archi, usati, finalmente, per ottenere una creativa modulazione e contaminazione dei colori e la scultorea ridefinizione delle proporzioni, che abbiamo notato anche nella rigorosa direzione e tenuta del palco, dei celebri classici proposti. “Umano troppo umano” ci dice il saggio per spiriti liberi di Nietzsche e PierDavide Carone, ha raccolto in pieno l’eredità di Dalla, la sua creatività straripante, poiché ha regalato al pubblico del F.I.M.E., tra gli altri titoli, la sua scardinante Ave Maria e Nanì, e soprattutto una felicità assoluta, felicità intesa come gioia pura del cantare e del far musica, il piacere dell’atto creativo e interpretativo che magicamente lascia traccia di sé negli esiti, trasformando il mondo che lui racconta sempre sull’orlo di una catastrofe (niente di più attuale) di russi e di americani pronti a premere il fatidico bottone, in una vita degna di essere vissuta, bella da cantare, quella giusta alchimia di voce e suoni, per schizzare un paesaggio acustico, da cui trapelano storie, con la loro densità affettiva e la loro costitutiva eccedenza, intorno al tempo e ai luoghi. Così, con grande comunicativa ci siamo ritrovati in Piazza Grande, nel mondo di Futura e nel bosco del lupo, sostando nella Suite Caruso del Grand hotel Excelsior Vittoria di Sorrento. Applausi e diverse chiamate al proscenio per PierDavide, Luca e l’intera giovanissima orchestra Suoni del Sud i quali hanno dovuto fare i conti con l’umidità della serata, col palco tempestato di pozzanghere, specchio di anime contaminate, quanto quella del direttore artistico, pronte ad inseguire scie sonore di un archivio liquido e meticcio.




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