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Stride la vampa!

  • Marzo 3, 2026
  • Olga Chieffi
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Al via il 17 aprile la stagione lirica del teatro Verdi di Salerno, con il Trovatore di Giuseppe Verdi, quindi un maggio rossiniano con due titoli Il Barbiere di Siviglia titolo con il quale ri-esordirà Daniel Oren e il Signor Bruschino. Si riprende in autunno con Macbeth e Natale di fiaba con Turandot che festeggia i cento anni, mentre il Conservatorio vuol ancora una volta salvare le finanze del Pontevedro, pare assieme a Stefano De Martino

 Tutto pronto al teatro Verdi per la nuova stagione lirica, da parte della triade Oren, Marzullo e Loiudice, che attende solo un “cordiale” finanziario per poter convocare la conferenza di presentazione. Tutto ancora top secret, ma Scarpia ha sciolto a volo falchi e sgherri, e pur se si attende ancora qualche firma, la nuova stagione pare avrà il suo abbrivio il 17 aprile con il Trovatore di Giuseppe Verdi, affidato alla regia di Pier Francesco Maestrini, ma non alla bacchetta di Daniel Oren che sarà a Vienna per una Tosca. Stride la vampa, il fuoco ci racconta di questo Trovatore con il suo linguaggio così incalzante, così ricco di “idee” musicali, di ritmi e motivi, che le “idee” del libretto sembrano quasi di peso, e quel fuoco sempre presente in scena, come fiamma che riscalda i soldati di guardia, che brucia nell’accampamento degli zingari e che, nel ricordo delirante di Azucena, arde sotto il rogo, sembra proprio rimandare all’altro fuoco, intangibile ma egualmente cocente: quello che infiamma gli animi dei protagonisti tormentati dalle passioni. Il Maestrissimo, aprirà il maggio dedicato a Gioachino Rossini, con il suo Barbiere di Siviglia, personaggi quelli di questo capolavoro che il pubblico ama da sempre, con un consenso che non accenna a diminuire, trascinato in un’esaltazione dionisiaca, da cantanti e strumenti che sono anch’essi protagonisti della vicenda, che come loro, dialogano, si pavoneggiano, si pizzicano, si inseguono, si prendono e si lasciano, aumentando via via la loro effervescenza strumentale. L’opera per il Verdi quale teatro di tradizione e che ha nella sua mission di proporre opere poco rappresentate, porterà sul palcoscenico del massimo cittadino, forse per la prima volta, Il Signor Bruschino di Gioachino Rossini, tra inganni, intrighi e astuzie nella migliore tradizione della farsa veneziana, che a dispetto della sua pessima fortuna, rivela una fattura estremamente accurata: funziona come una perfetta macchina teatrale. La condotta vocale e la strumentazione delle arie e degli insiemi di grande perizia: si veda la cavatina di Gaudenzio (Nel teatro del gran mondo), o il terzetto (Per un figlio già  pentito), o il finale, con il gioco onomatopeico della ripetizione delle ultime sillabe o ancora l’aria di Sofia (Ah donate il caro sposo), impreziosita dal corno inglese in funzione concertante. La musica è improntata a una gioiosa leggerezza, che trascina l’esile ordito drammaturgico senza una battuta d’arresto verso il vorticoso finale. Poi chissà se si riuscirà una trasferta in Cina al seguito del Maestro Oren per esportare la nostra visione di Turandot. Estate di fuoco per la Filarmonica Giuseppe Verdi, impegnata su due fronti: tournée in Bulgaria tra Varna e Sofia e il Ravello Festival dove sarà impegnata nel concerto all’alba, quindi doppia formazione, immaginiamo con tanti giovanissimi. La ripresa autunnale potrebbe vedere in scena il Macbeth bulgaro firmato da Plamen Kartaloff, che è attualmente in pieno svolgimento a Sofia. Macbeth, rappresentato dalla riapertura alla lirica due volte e con grandissimo successo, firmati per la regia dalla Elena Barbalich e LinaWertmüller è il primo incontro di Giuseppe Verdi con Shakespeare. Macbeth è tragedia della conoscenza, cioè della difficoltà che l’uomo ha di conoscere sé stesso, i propri simili, il proprio destino. Shakespeare la scrisse nel 1606 ed è il simbolo di una dialettica instancabile fra una storia intesa come sviluppo necessario e una volontà che quello sviluppo cerca di prevedere e prevenire, incanalare e piegare: una forma, dunque, inizialmente chiusa, ma continuamente riaperta dalla certezza e poi, dalla sconfitta dell’attesa, dalla razionalità e poi, dall’irrazionalità dell’azione, dalla conferma di una logica superiore e poi, dal colpo di scena, il tutto sovrastato dal dispiegamento allegorico-moralistico del destino comune, e dal disegno teleologico, per non dire millenaristico, dell’avventura umana. C’è grande attesa anche per la scelta del direttore Fulvio Artiano riguardo l’inaugurazione dell’anno accademico 2026, in novembre. Dal titolo mozartiano per eccellenza, Don Giovanni, pare ci sia stato un totale rivolgimento verso la salvezza delle finanze del Pontevedro. Esempio di una piccola cultura danubiana, la “vedova” suggerisce una delle ultime avventure mondane, in un mondo di ambasciatori, contesse, gigolò, viveurs squattrinati e alcove proibite. Un mondo dove la pochade si unisce alla commedia di sentimenti e dove ci si può ancora commuovere. Una Vedova Allegra con sorpresa, poiché con fra livree e frac fruscianti in palcoscenico e sul podio, potrebbe spuntare la marsina di un Njegus d’eccezione, per il qual ruolo è aleggiato il nome di Stefano De Martino.  L’Oriente di Giacomo Puccini, l’ultima evasione del compositore, dal mondo occidentale, un viaggio preparato con scrupolo, distillando, oltre ad aromi cinesi e siamesi, un lungo elenco di formule ritmiche e timbriche attualissime, che realizzano una partitura grondante di suoni, splendente di impasti ferrigni e luci diamantine, stellari, un astro fra soffici nubi corali, ora balenanti ora soavemente adagiate nello spazio come la coda di una cometa, sfondo degno del grande oriente, immaginario o reale, chiuderà il cartellone. Turandot verrà eseguita nell’anno del suo centenario in tutto il mondo e non poteva mancare a Salerno che vanta uno dei massimi direttori pucciniani del mondo. Opera chic, costellata di inquietitudini linguistiche e psicanalitiche, ma alfine legata anima e corpo, nella sua audace crosta impressionista, a un autentico retour à l’antique, che è la Turandot di un Giacomo Puccini, che dopo la quasi completa disgregazione della struttura operistica compiutasi tra Bohème e La fanciulla del West, sembra voler gradualmente ricomporre quel frammentarismo della prima maturità entro una specie di calco formale freddo e insieme dovizioso, dove le allusioni a Ravel e a Stravinskij, per quanto appariscenti e dotte, sono esclusivamente allusioni ormai, e non premonizioni.

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Olga Chieffi

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