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Il tenore Vincenzo Costanzo apre il Maggio Musicale Fiorentino

  • Gennaio 11, 2026
  • Olga Chieffi
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Il Maestro darà voce a Mario Cavaradossi domenica 11 gennaio nella Tosca inaugurale della stagione, diretta da Michele Gamba per la regia di Massimo Popolizio

 

Torna al Maggio l’allestimento di Tosca, il capolavoro pucciniano, firmato da Massimo Popolizio. Le scene,  sono firmate da Margherita Palli, i costumi da Silvia Aymonino, le luci da Pasquale Mari. L’opera va in scena domenica 11 gennaio 2026 alle ore 17 in Sala Grande, riproponendo l’allestimento già presentato con successo nel LXXXVI Festival del Maggio Musicale Fiorentino, con repliche il 13, 15 e 16 gennaio alle ore 20, il 17 gennaio alle ore 17 e il 18 gennaio alle ore 15, 30. Sul podio dell’Orchestra, del Coro del Maggio, preparato da Lorenzo Fratini e il Coro di voci bianche istruito da Sara Matteucci, ci sarà Michele Gamba. Il Cavaliere Mario Cavaradossi nella prima che inaugurerà la stagione del Maggio Musicale Fiorentino, l’11 gennaio alle ore 17, avrà la voce del tenore napoletano Vincenzo Costanzo, il quale ha dichiarato, raggiunto nel corso delle prove: “Sono felice di ritornare a Firenze, al Maggio palcoscenico che frequento con continuità da, oramai, più di un decennio, dove per la prima volta fui Pinkerton in Madama Butterfly Festival del Maggio Musicale Fiorentino, diretto da Juraj Valčuha, e ove torno per l’apertura della stagione lirica 2026, per Tosca, una produzione che ho visto nascere, diretta dal regista Massimo Popolizio, in cui presterò  ancora una volta la voce al Cavaliere Mario Cavaradossi, ruolo che mi appartiene ed è divenuto un mio cavallo di battaglia, per quel suo irrefrenabile desiderio di giustizia e la fermezza dello spirito del Cavaliere, che si intrecciano in un’eterna lotta tra l’umanità e il potere, tra il desiderio di libertà e i rischi di un mondo corrotto. Sento dover ringraziare l’intera direzione del teatro del Maggio, con il sovrintendente Carlo Fuortes e il casting manager Giovanni Vitali, i quali grazie alla sensualità delle arti, alla memoria che custodiscono e alle appartenenze che mettono in gioco, ci fanno render conto che l’importante non è tanto avere una casa nel mondo, bensì creare un mondo in cui sentirsi a casa”. Il direttore Michele Gamba ha sottolineato la complessità e la modernità di Tosca, evidenziando la ricchezza timbrica, l’attenzione al dettaglio e la piena maturità del linguaggio pucciniano, in cui dimensione teatrale e musicale risultano inscindibili. Secondo il direttore, l’opera rappresenta il punto in cui Puccini esprime con piena consapevolezza un linguaggio personale e riconoscibile, sostenuto anche da una tradizione esecutiva documentata dalle testimonianze storiche. Lo spettacolo riprende l’allestimento presentato nel maggio 2024, accolto con favore da pubblico e critica. Massimo Popolizio ambienta la vicenda in una Roma che sfuma dagli anni Venti agli anni Trenta del Novecento, ispirandosi a una “maestosità moderna” che guarda anche all’architettura dell’EUR e a riferimenti cinematografici come “Il conformista di Bernardo Bertolucci”. Una trasposizione temporale che, nelle intenzioni del regista, non altera la sostanza del racconto né i rapporti tra i personaggi, ma ne mette in evidenza la violenza e il carattere tragico, in particolare nella figura di Scarpia, sottolineandone l’universalità, che possiamo racchiudere nelle parole che aprono il capolavoro filmico “Strage e malinconia” che ripete il padre di Marcello Clerici, in una delle prime scene appena prima di venire legato nuovamente a una camicia di forza. In scena per la serata inaugurale ci sarà Chiara Isotton, al debutto assoluto al Maggio, quale Floria Tosca, al fianco di Vincenzo Costanzo e Alexey Markov, che sarà Scarpia. Marta Mari interpreterà, invece, la Diva, nelle recite del 15 e 17 gennaio con Bror Magnus Tødenes nei panni di Cavaradossi, con Claudio Sgura nel ruolo del Barone. A completamento del cast Mattia Denti, quale Cesare Angelotti, Matteo Torcaso, il sagrestano, Oronzo D’Urso, Spoletta, Huigang Liu, Sciarrone e Carlo Cigni, un carceriere. Ben tre i pastorelli, Angelique Becherucci (11 e 16 gennaio), Dalia Spinelli (13 e 17 gennaio) e Spartaco Scaffei (15 e 18 gennaio). L’opera è il frutto di una fortunata intersezione tra la ricerca di uno stile musicale di grande impatto espressivo, a tratti espressionista nella scelte armoniche e nella ferocia ritmica di alcune pagine sincopate, e l’adozione di testo teatrale aureolato da un successo senza precedenti, grazie anche all’interpretazione della voix d’or, la ‘divina’ Sarah Bernhardt, concepito in modo da piacere al grosso pubblico degli anni Ottanta-Novanta e destare al contempo gli entusiasmi di un Verdi ultraottantenne. Malgrado l’ottimo esito della prima rappresentazione e di quelle che immediatamente seguirono (in due anni quarantatré, e non solo in Italia), Tosca disorientò una parte della critica forse proprio per le eccedenze espressioniste che, secondo alcuni critici, declinano il naturalismo nella direzione del grand-guignol, un genere teatrale che porta alle estreme conseguenze la formula della tranche de vie inscenando torture, delitti e gli aspetti più truci della vita: quasi una proiezione di un vissuto interiore oscuro e inaccettabile, che in pochi decenni le due guerre mondiali avrebbero riversato nella realtà esterna con immane violenza. Dio è per l’uomo un interlocutore assente, o forse impotente. Il Te Deum, proclamato da un gregge timoroso in balia di un potere politico che sfrutta l’anelito religioso dell’uomo per autoalimentarsi, perde ogni slancio visionario, si svuota della vitale esigenza di un riscatto, fino ad assumere tratti demoniaci in una processione in cui non c’è posto per le legittime speranze dell’uomo. Due sono gli elementi che declinano in Tosca il controverso rapporto con questo Dio assente: la teomachia, la lotta con Dio che si combatte nelle trincee della vita giorno dopo giorno, e la teodicea, la questione del male, della sua origine e del suo senso. Nella celebre romanza “Vissi d’arte” tali motivi si intrecciano in una preghiera che denuncia davanti alla Vergine lo “scandalo” dell’ingiustizia. Gli eventi del mondo rendono l’uomo captivus, prigioniero di una spirale in cui il male genera altro male – come suggerisce l’insistenza del tritono in diversi punti dell’opera – e l’unico destino possibile è l’eclissi di Dio, richiamata non solo dalla cieca passione di Scarpia esplosa alla fine del primo atto (“Tosca, mi fai dimenticare Iddio!”), ma anche dalla disperazione nella morte: il “Muori dannato!” di Tosca risuona inflessibile e oscuro, mentre Scarpia annega nel suo stesso sangue; il grido di Cavaradossi “E muoio disperato!” palesa la convinzione atea di chi non ammette una speranza al di là delle stritolanti contingenze del mondo;  la morte stessa di Tosca (“O Scarpia, avanti a Dio!”) ha il sapore di una sfida titanica, non solo nei confronti di Scarpia, ma contro Dio stesso, quel Dio assente nella sua radicale alterità rispetto alle passioni – e alla passione – del mondo.

 

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Olga Chieffi

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