Presentazione brillante, con il Maestrissimo, Antonio Marzullo e il commissario prefettizio Antonio Panico, come sempre, la conferenza sulla nuova stagione lirica che verrà inaugurata il 16 aprile con il Trovatore di Verdi, quindi un maggio tutto rossiniano con il Signor Bruschino e il Barbiere di Siviglia, quindi la ripresa, il 16 ottobre, con Macbeth ponte rafforzato con Sofia e Kartaloff che chiuderà anche la stagione con Turandot, mentre in novembre il Conservatorio Martucci si cimenterà con La Vedova Allegra affidata a Massimiliano Gallo. Due i balletti Carmen il 25 aprile e La vie en rose e Bolero il 24 ottobre
“E’ Wingardium Leviosa, non Leviosà” la celebre correzione di Hermione Granger a Ron Weasley nel primo film della saga di Harry Potter è balenato in mente un po’ a tutti, quando il Maestro Daniel Oren ha rettificato il Maestro Antonio Marzullo circa l’accento da dare al suo cognome. “’Oren e non Orèn” – ha precisato sempre con il sorriso e la sua voce di baritono, il Maestro ad Antonio Marzullo – rivelando, poi di essere israeliano con ascendenze palestinesi, gioco coi cognomi che è continuato con Panica, Panico, il nome del commissario prefettizio, Vincenzo, il quale ha rivelato di condividere il comune di nascita con l’indimenticato Maestro Vincenzo Alise e avendo affermato che un momento quale è l’incontrarsi in un luogo d’arte quale è il teatro e illustrarne la programmazione è un segno di distinzione per l’intera comunità, il Maestro Antonio Marzullo da trombonista e grande amante della banda, come tutti i fiati salernitani, ha richiesto un applauso per il grande direttore di banda. Ci vogliono i giusti accenti per fare la magia, è così, ed allora si riparte, in primis con la campagna abbonamenti con la prelazione per quanti vorranno rinnovare il carnet, incluso le scuole che sono ammesse a vedere le prove generali, di tutte le opere e i matinée de’ La Vedova Allegra. La stagione comunque allestita in un momento non facile per il Comune di Salerno, vivrà la sua inaugurazione il 16 aprile, con Il Trovatore affidato alla regia di Pier Francesco Maestrini, per la direzione di Leonardo Sini, il tenore Francesco Galasso nel ruolo del titolo, Maria Josè Siri che darà la voce a Leonora e Ksenia Dudnikova che sarà Azucena. Stride la vampa, il fuoco ci racconta di questo Trovatore con il suo linguaggio così incalzante, così ricco di “idee” musicali, di ritmi e motivi, che le “idee” del libretto sembrano quasi di peso, e quel fuoco sempre presente in scena, come fiamma che riscalda i soldati di guardia, che brucia nell’accampamento degli zingari e che, nel ricordo delirante di Azucena, arde sotto il rogo, sembra proprio rimandare all’altro fuoco, intangibile ma egualmente cocente: quello che infiamma gli animi dei protagonisti tormentati dalle passioni. Il 25 aprile rivedremo ancora Carmen, “Un demonio”, “una strega”, il fiore di gaggia all’orecchio, le gambe sottili e bellissime, la figura minuta, gli occhi lucenti come diamante, lo scatto dei reni pari a quello di un felino, una forza d’inferno, una inafferrabile forza amorosa, dove amore sta per devastazione e morte, come negra esaltazione e guerra”, così come la descrisse Mérimée, ma stavolta in forma di balletto, con le coreografie di Agnese Omodei Salè e Federico Veratti con le stelle del Balletto di Milano, con Giusy Villarà e Alessia Sasso che si alterneranno nel ruolo del titolo e Mattia Imperatore e Massimo Colonna Romano, in quello di Don Josè. L’opera per il Verdi quale teatro di tradizione e che ha nella sua mission di proporre opere poco rappresentate, porterà sul palcoscenico del massimo cittadino, forse per la prima volta, l’8 e il 10 maggio, “Il Signor Bruschino” di Gioachino Rossini, tra inganni, intrighi e astuzie nella migliore tradizione della farsa veneziana, che a dispetto della sua pessima fortuna, rivela una fattura estremamente accurata: funziona come una perfetta macchina teatrale. Sul podio salirà Jordi Bernàcer la regia, invece sarà di Raffaele Di Florio. Famiglia Lepore in palcoscenico con Carlo Lepore che sarà Gaudenzio e la figlia Giulia che debutterà al Verdi che ha lanciato tanti luminosi talenti, nel ruolo di Marianna, con Fabio Capitanucci nei panni di Bruschino e Maria Sardarian in quelli di Sofia. La condotta vocale e la strumentazione delle arie e degli insiemi di grande perizia: si veda la cavatina di Gaudenzio (“Nel teatro del gran mondo”), o il terzetto (“Per un figlio già pentito”), o il finale, con il gioco onomatopeico della ripetizione delle ultime sillabe o ancora l’aria di Sofia (Ah donate il caro sposo), impreziosita dal corno inglese in funzione concertante. La musica è improntata a una gioiosa leggerezza, che trascina l’esile ordito drammaturgico senza una battuta d’arresto verso il vorticoso finale.Torna maggio e torna Oren con il Barbiere di Siviglia, di Gioachino Rossini, personaggi quelli di questo capolavoro che il pubblico ama da sempre, con un consenso che non accenna a diminuire, trascinato in un’esaltazione dionisiaca, da cantanti e strumenti che sono anch’essi protagonisti della vicenda, che come loro, dialogano, si pavoneggiano, si pizzicano, si inseguono, si prendono e si lasciano, aumentando via via la loro effervescenza strumentale. Con Oren torna anche un regista amato dal pubblico, quanto l’opera che andrà a firmare, Riccardo Canessa, “un vulcano la sua mente” per questo titolo diverrà. La Rosina viperetta avrà la splendida voce di Francesca di Sauro, con Maxim Lisiin nel ruolo di Figaro. Ritorno di Ambrogio Maestri, che ricordiamo insuperabile barone Scarpia, qui a Salerno, nel ruolo di Don Bartolo, mentre Yaroslav Abaimov sarà il Conte. Poi chissà se riuscirà, in agosto, una trasferta in Cina al seguito del Maestro Oren per esportare la nostra visione di Turandot. Estate di fuoco per la Filarmonica Giuseppe Verdi, impegnata su due fronti: tournée in Bulgaria tra Varna e Sofia e il Ravello Festival dove sarà impegnata nel concerto all’alba, quindi doppia formazione, immaginiamo con tanti giovanissimi.
La ripresa autunnale
Asse bulgaro per il gran finale con il Macbeth e Turandot. Cinque le repliche de’ La vedova Allegra con i matinée e gli spettacoli serali in collaborazione con il Conservatorio. Nel mezzo ritorna Musica d’Artista che dovrebbe riempire anche il vuoto del genere sinfonico che non vediamo in cartellone


La ripresa autunnale vedrà in scena il Macbeth bulgaro firmato da Plamen Kartaloff, con sul podio Daniel Oren. Macbeth, rappresentato dalla riapertura alla lirica due volte e con grandissimo successo, firmati per la regia dalla Elena Barbalich e Lina Wertmüller è il primo incontro di Giuseppe Verdi con Shakespeare. Macbeth, che sarà in scena il 18 e il 20 ottobre con la sanguinaria Lady, che avrà la voce di Ewa Plonka, Banco quella di Riccardo Fassi, mentre Macduff sarà Galeano Salas, è tragedia della conoscenza, cioè della difficoltà che l’uomo ha di conoscere sé stesso, i propri simili, il proprio destino. Shakespeare la scrisse nel 1606 ed è il simbolo di una dialettica instancabile fra una storia intesa come sviluppo necessario e una volontà che quello sviluppo cerca di prevedere e prevenire, incanalare e piegare: una forma, dunque, inizialmente chiusa, ma continuamente riaperta dalla certezza e poi, dalla sconfitta dell’attesa, dalla razionalità e poi, dall’irrazionalità dell’azione, dalla conferma di una logica superiore e poi, dal colpo di scena, il tutto sovrastato dal dispiegamento allegorico-moralistico del destino comune, e dal disegno teleologico, per non dire millenaristico, dell’avventura umana. Il secondo appuntamento dedicato alla danza, è stata fissato per il 24 e il 25 ottobre con protagonista ancora il Balletto di Milano, che si cimenterà sulle musiche degli chansonniers francesi con La vie en rose, seguite dal Bolero di Maurice Ravel, su coreografie di Adriana Mortelliti. Il conservatorio di Salerno “G.Martucci”, invece, sarà in scena dal 3 all’8 novembre tra matinèe per le scuole e spettacoli in abbonamento, in occasione dell’inaugurazione dell’anno accademico. Il direttore Fulvio Artiano, ha suggerito una delle ultime avventure mondane, in un mondo di ambasciatori, contesse, gigolò, viveurs squattrinati e alcove proibite. Un mondo dove la pochade si unisce alla commedia di sentimenti e dove ci si può ancora commuovere. Una Vedova Allegra con sorpresa, poiché con fra livree e frac fruscianti in palcoscenico e sul podio, spunterà la marsina di un Njegus d’eccezione, per il qual ruolo è stato scelto il nome di Massimiliano Gallo. Sul podio un grande ritorno, il Maestro Jacopo Sipari di Pescasseroli, che sa esaltare i giovani strumentisti del Conservatorio e calarli in quel “gioco” serio con professionisti del calibro di Mario Cassi che sarà Danilo Danilowitsch, Sara Cortolezzis la Hanna Glawari e Filippo Morace Mirko Zeta. Celebrazioni del centenario di Turandot fissate per il 21 dicembre. L’Oriente di Giacomo Puccini, l’ultima evasione del compositore, dal mondo occidentale, un viaggio preparato con scrupolo, distillando, oltre ad aromi cinesi e siamesi, un lungo elenco di formule ritmiche e timbriche attualissime, che realizzano una partitura grondante di suoni, splendente di impasti ferrigni e luci diamantine, stellari, un astro fra soffici nubi corali, ora balenanti ora soavemente adagiate nello spazio come la coda di una cometa, sfondo degno del grande oriente, immaginario o reale, chiuderà il cartellone. Un’opera ancora con targa bulgara, firmata da Plamen Kartaloff e Daniel Oren, con Ewa Plonka nel ruolo del titolo, Jorge de Leon che eleverà il Vincerò e Vasilisa Michjlovna Berzanskaia nei panni di Liù. Opera chic, costellata di inquietitudini linguistiche e psicanalitiche, ma alfine legata anima e corpo, nella sua audace crosta impressionista, a un autentico retour à l’antique, la Turandot di un Giacomo Puccini, che dopo la quasi completa disgregazione della struttura operistica compiutasi tra Bohème e La fanciulla del West, sembra voler gradualmente ricomporre quel frammentarismo della prima maturità entro una specie di calco formale freddo e insieme dovizioso, dove le allusioni a Ravel e a Stravinskij, per quanto appariscenti e dotte, sono esclusivamente allusioni ormai, e non premonizioni. Daniel Oren ha commentato questi titoli che sono nel sentire di tutti noi citando la celebre frase di Gustav Mahler “La tradizione è la custodia del fuoco, non l’adorazione della cenere”, alla quale aggiungeremmo un altro aforisma dello stesso compositore “Lo spirito può affermarsi solo attraverso il mezzo di una forma chiara”. E Daniel Oren ha rivelato che lui ha imparato guardando i grandissimi della nostra tradizione, dividendosi tra Serafin, De Sabata, Votto, Toscanini. Lui depositario della tradizione sia americana di Bernstein che tedesca, non dimentichiamo il suo premio Karajan, che lo catapultò in Italia dove ebbe tra le mani e debutto Manon Lescaut di Giacomo Puccini, quindi il periodo d’oro del Teatro San Carlo dell’allora soprintendente Francesco “Nano” Canessa, a soli 28 anni e oggi, questo non voler guardare al nostro luminosissimo passato ha portato ad una difficoltà assoluta nella scelta dei cantanti che credono poter cantare tutto e subito. Non è facile allestire un cast, le eccellenze sono sempre occupate: “non saprei oggi a chi affidare il ruolo di Otello – ha chiuso Oren – ma non dispero di far cantare in questo teatro Anna Netrebko”.
