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Il suono della Shoah

  • Gennaio 27, 2023
  • Olga Chieffi
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La musica, l’arte è salvifica anche nei campi di concentramento. Qualche comandante tedesco era sensibile all’arte dei suoni ed evitò la morte a diversi musicisti, tra cui al M° Francesco Florio rinchiuso nel campo di Hannover

di OLGA CHIEFFI

La musica nella sua pretesa di essere armonia del mondo si trasformò dal 1933 al 1945 nel suo contrario: diventa contraddizione, complessità, disarmonia nel cuore di un’epoca, trovandosi invischiata, come strumento, nell’inferno dei lager, diventando parte integrante della organizzazione dei campi di sterminio. in questa realtà, la musica ha una funzione considerevole: sia in forme elementari (voce, canto) sia con strumenti; marce, canzonette, musica ebraica, jazz, opere «proibite»: la vita in questi luoghi di morte è piena di suono. In alcuni lager, per mancanza di strumenti, è il canto che descrive la disperazione e la speranza: dalle ninnenanne dell’infanzia alle canzoni da cabaret agli inni religiosi; tradizione yiddish, zigana o canti operai, ma anche, secondo l’atroce costume nazista, canzoni ingiuriose e auto derisorie (Oh mia Buchenwald; Ninnananna per il mio bambino nel crematorio; Il canto di morte ebraico). In altri, grazie a strumenti recuperati e riparati, si formano delle vere e proprie orchestre, la cui esistenza è accertata in almeno ventuno campi importanti (tra cui Auschwitz I, Auschwitz II / Birkenau), Dachau, Mauthausen, Sachsenhausen) e la cui funzione è tra le più varie: scortare i lavoratori a ritmo di marcia, rallegrare l’intervallo della domenica pomeriggio, festeggiare il compleanno dei comandanti del campo.

La musica nei campi, prima che esperienza spirituale, rientra nella lotta per la sopravvivenza. Così molti orchestrali sperano di evitare di far parte del successivo contingente di condannati a morte. Il caso più eclatante di ipocrisia e perversione lo troviamo a Theresienstadt, l’anticamera di Auschwitz. Dal febbraio 1942 all’ottobre 1944 è in funzione la Freizeitgestaltung (organizzazione per il tempo libero) che promuove concerti, seminari, opere, conferenze. Impressionante il numero dei concerti (dalla musica rinascimentale a quella contemporanea) e degli allestimenti operistici (La sposa venduta di Smetana, Il matrimonio segreto di Cimarosa, Il pipistrello di Johann Strauss), reso possibile dalla presenza di otto pianisti, sette direttori d’orchestra, quattro orchestre e una decina di compositori, tra cui Viktor Ullmann che proprio qui compone la prima opera per il campo, su testo del poeta Peter Kien, L’imperatore di Atlandide (1943-1944).

Al tempo stesso l’episodio legato al Requiem di Verdi, una composizione molto amata dai carcerieri di Theresienstadt, getta una luce sinistra sul mondo di cartapesta del lager: il coro di centocinquanta persone all’indomani dell’esecuzione del 6 settembre 1943 viene spedito ad Auschwitz, seguito un mese dopo da un secondo coro, mentre un terzo (sessanta persone), faticosamente messo insieme dal direttore d’orchestra Schächter, riesce a raggiungere il traguardo di quindici repliche! Tanti i compositori che hanno lasciato capolavori tra cui il celeberrimo Quatuor pour la fin du temp di Oliver Messiaen. Scrivere musica era per loro l’unico modo di conservare la propria identità e di esprimere la spiritualità. Nonostante la disumana condizione di vita nei lager e la implacabile sorveglianza delle guardie, la produzione musicale nei campi di concentramento fu copiosa: la musica era infatti l’unica virtuale via di fuga dall’abbrutimento del quotidiano, ed è un miracolo che parte di quel repertorio sia sopravvissuto: una raccolta fatta di opere scritte su sacchi di juta, ritagli di stoffa, carta igienica, e su qualsiasi altro supporto di fortuna. Furono ritrovati nelle infermerie e nelle baracche dei campi e riportati alla luce grazie ai trafugamenti di guardie complici e alle trascrizioni dei prigionieri politici, oppure ricostruiti attraverso le memorie dei sopravvissuti. La musica è tutto ciò che ai deportati restava, e spesso tutto ciò che ci resta di loro.

La morte, le torture, il dolore, il sangue, la fame, la vita ridotta a niente erano la routine quotidiana, ma l’orchestra e la musica non potevano mancare. Grazie alla musica i nazisti furono clementi anche con il M° Francesco Florio, eccellenza del sassofono, fondatore della prima cattedra in Italia di questo strumento, qui a Salerno, il quale, aveva studiato all’ “Orfanotrofio Umberto I”, non solo il sassofono, ma anche l’oboe, il violino e la viola. Catturato il 10 settembre 1943 in Albania a Valona, dopo l’armistizio dell’8 settembre,  da un reggimento tedesco in fuga, insieme ad altri 4000 prigionieri, fu portato prima a Tirana ed essendosi sempre rifiutato di combattere al fianco dei tedeschi, fu internato nel campo di Hannover dal 2 ottobre del 1943, sino al giorno della liberazione avvenuta il 10 aprile del 1945. Fu la musica che lo salvò da sicura morte, poiché il vice-comandante del campo gli mise tra le mani un violino in cattive condizioni, intimandogli che se fosse mai riuscito ad aggiustarlo e a suonare per lui, gli sarebbero state abbonate diverse punizioni e, forse, sarebbe riuscito a salvarsi. Così fu, il Sergente Maggiore Francesco Florio, già croce di guerra per un’azione proprio sul fronte albanese, riuscì a ritornare in Italia il 9 settembre del 1945, grazie solo al suo essere un’eccellenza della musica, ovvero di quella disciplina creativa che, nell’orrore del campo di prigionia tedesco, gli aveva permesso di continuare quella ricerca di un costante equilibrio tra sentimento e ragione e di rimanere lucido. Tutto questo, quando il tempo era già finito ed era chiaro che non c’era più tempo per nulla.

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