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Daniel Oren: nella vertigine pucciniana

  • Aprile 19, 2023
  • Olga Chieffi
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Buon successo di critica e pubblico per la Manon Lescaut che ha inaugurato nel segno del genio toscano la nuova stagione lirica. Ultimi due atti in punta di bacchetta, con il binomio Rowley Massi, degni interpetri della difficile pagina pucciniana. Regia incolore di Pierfrancesco Maestrini. Soddisfacente debutto del nuovo direttore del coro Francesco Aliberti

di OLGA CHIEFFI

Le dita serrate sul pomello della bacchetta, portate alla fronte col capo reclino, partitura chiusa sul leggio, pronta ad essere ri-aperta e a ri-cominciare il gioco serio della Musica. In questo tempo fermo tra l’ultimo accordo e il voltarsi per il saluto e l’applauso di un pubblico, ancora catturato dall’ultima vibrazione dell’orchestra, si è consumato l’omaggio di Daniel Oren al suo Puccini, durato per l’intera esecuzione della Manon Lescaut, titolo che ha inaugurato la stagione lirica del teatro Verdi di Salerno. Alla fine dell’ addio in Fa diesis minore, agogica in contrasto per una “drammaturgia dell’atmosfera”, che è l’ essenza del segno musicale di Giacomo Puccini, insieme a quel sentimento di sciupata bellezza, sino alla pausa finale con punto coronato, alla ricerca dell’oblio, del silenzio, quel tempo fotografico, in cui il Maestro avrà pensato alla sua prima esecuzione da giovanissimo dell’opera, a quell’urlo disumano dal loggione a Roma, a che fosse finita bene questa ardua “prima” salernitana, che stesse ancora su di un podio a dirigere questo capolavoro e che, “volendo Dio”, avrebbe interpetrato anche la seconda replica. E’ stata una improba sfida dirigere questa Manon, opera complessa, nella cui generale ci era parsa in una concertazione ancora in fieri, rendere la propria idea di questo Puccini, ad orchestra, coro e in particolare ai due protagonisti. La sua idea di Manon, Daniel Oren l’ha trasmessa perfettamente alla formazione, che ben conosce, nonostante avesse in seno giovanissimi talenti, tra cui il secondo flauto al debutto, Andrea Ronca, il quale ha perfettamente trova l’amalgama con tutti i legni, anche in quinta nel finale. L’orchestra trascinata verso tempi larghi e cantabili, a sottolineare quel senso di disintegrazione armonica pur dentro la scrittura tradizionale, abbandono e sensualità che sono la cifra precipua della grande concertazione pucciniana, dove non basta la tecnica e il mestiere, ma quel daimon fatto di pathos e temperamento. Qualche discronia nel primo atto, tra Des Grieux e Edmondo, qualche disattenzione del coro, quindi la calata in quel falso Settecento fatta propria, stavolta, dalla formazione corale, preparata da Francesco Aliberti, il quale ha, con questa opera, dato il suo giusto abbrivio al percorso che compirà in teatro, a completamento un secondo atto con buoni momenti compreso il terzetto, di non semplice tessitura.

La Jennifer Rowley ha convinto vocalmente, ma non ha saputo offrire al pubblico lo spirito di Manon ovvero quel misto di malizia e incoscienza che caratterizza la protagonista. Vocalmente una perla “L’ora, o Tirsi” coronata da un do controllato e perentorio. Nel primo atto, a causa della tessitura molto bassa, non ha avuto modo di emergere appieno, mentre del tutto in voce nel terzo e quarto atto. Al suo fianco il tenore Riccardo Massi ha svolto dignitoso compito, ma non oltre, senza mai abbandonarsi al flou della pagina, a quel “fare” musica che pretende Oren. Belle voci entrambi a cui son mancate la purezza e la perversione in Manon che ha da cantare come l’Elsa del Lohengrin ma anche come un mezzosoprano nero, mentre Des Grieux  ha da tentare gli impervi atletismi di Manrico, ma ha da affidarsi anche ad una grazia dolcemente cantilenante, e Massi, purtroppo, non si è mai liberato dalla pura lettura. Tra tutti l’ha vinta il baritono Vito Priante nei panni di Lescaut, sicuramente autorevole sotto il profilo vocale e anche teatrale, che il regista ha voluto ubriaco e protagonista di un lancio plateale delle carte a sottolineare i suoi vizi, è riuscito a svolgere l’idea della sua  bega ambiziosa, nonchè della sua idea morbosa su sua sorella. Coriandoli d’oro sul Cavaliere Renato des Grieux con Francesco Marsiglia novello Cupido nei panni di Edmondo. Buona presenza scenica per il Geronte de Ravoir di Carlo Striuli. A completare la rosa dei personaggi, ancora Francesco Marsiglia nei ruoli del lampionaio e del maestro di ballo, Natalia Verniol nelle vesti del Musico e l’oste e il Sergente degli Arcieri di Angelo Nardinocchi, unitamente al Comandante di Marina ancora di Carlo Striuli.

Regia puramente  “decorativa”, poggiantesi sulle scene di Alfredo Troisi, quella di Pierfrancesco Maestrini, con un secondo atto che funziona sempre con il grande letto a baldacchino in ocra tra trine cuscini e lo specchio sempre denso di significato, l’imbarco delle donne al porto di Le Havre molto caricato e il deserto interamente affidato al light-designer che nella “prima” è stato pure tradito da un blackout. Applausi e rose per tutti con una lezione d’inchino per il piccolo di casa D’Acunto da parte di Daniel Oren, con numerose chiamate al proscenio.

Fotografie di Francesco Truono

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